La musica in Brianza

Articolo uscito sul numero di Febbraio 2019

Si potrebbe pensare che anche in Brianza la musica abbia sempre avuto il suo peso. Tuttavia rintracciare le origini reali di questa arte non è facile. Si sa che nelle ville di delizia sparse su tutto il territorio si davano appuntamento dame e cavalieri, e che al suono di strumenti tardo medievali si compivano danze e balletti. Ma è difficile risalire ai singoli contesti antropologici e geografici che hanno tenuto a battesimo speciali coreografie e scale pentagrammate. La giga è un ballo che potremmo dire universale, che parafrasa soprattutto l’oltralpe, Francia, Irlanda, Germania. Ma proprio per questo ha avuto il suo peso anche dalle nostre parti. Lagiga a due o a quattro era un ballo noto fra il pavese e il piacentino; e probabilmente anche in Brianza veniva affrontato. Non sempre però la musica valeva come passatempo. Lo era, forse, per i ceti sociali più abbienti. Negli altri casi, canto e ballo, avevano un valore perlopiù catartico, che potesse trasfigurare una realtà opprimente, dura e inconciliabile con il puro svago. Il popolino viveva in case e casupole di infima fattura e non potevano permettersi il lusso di darsi appuntamento in qualche sontuoso salone, per concedersi quattro salti (e gli amoreggiamenti che ne seguivano). Fra i contadini la danza era qualcosa che veniva improvvisata, e spesso tenuta nascosta. I moniti erano dei peggiori, e se arrivavano da figure come Sant’Agostino, c’era poco da stare allegri: “Codesti infelici e miseri uomini che praticano i balli e le danze proprio davanti alle basiliche dei santi, non hanno timore, né arrossiscono”. Si parlava di possessione – con tutti i suoi rimandi etimologici – quando un ballo prevedeva di muoversi in cerchio intorno a un malcapitato. Ma la musica fa parte dell’uomo, e oggi, dopo numerosi studi di psicologia, lo possiamo affermare con certezza: è addirittura imprescindibile. Il valore catartico ha pertanto subito un’evoluzione, divenendo paradossalmente ancora più inoppugnabile. Perché fino alla seconda guerra mondiale non c’erano televisione, radio, internet; e solo una buona e articolata canzone sarebbe stata in grado di diffondere storie e informazioni. Il riferimento è soprattutto al genere della “ballata”. Di stampo medievale, rimanda al canto narrativo, e all’epoca feudale. Protagonisti erano cantastorie itineranti, gente povera economicamente, ma ricca di spirito che dedicava tutta se stessa alla cultura popolare. In Brianza, nei campi, e nelle cascine, è possibile che si cantassero canzoni molto simili al “Testamento dell’avvelenato”. È un brano epico, risalente al Seicento, le cui origini potrebbero risalire a una radice comune musicale che contraddistinse molte regioni europee, dall’Italia alla Scozia. Il “Testamento dell’avvelenato” esiste in molte versioni, ma la canzone madre è stata riportata ufficialmente da un fiorentino, tal Camillo detto il Bianchino, nel 1629. Ma dietro c’è “Lord Randal”, un brano che si perde nei meandri del tempo, con una melodia che si ritrova anche in Svezia, Ungheria e Danimarca. Altra celeberrima canzone fu “Donna lombarda”. Che risale, pare, al V secolo d.C.. È la storia di due amanti, che intendono avvelenare un marito di troppo. Parafrasa, probabilmente, la regina dei longobardi Rosmuna, che uccise il marito Elmichi, appoggiata dal prefetto bizantino Longino.

La tradizione religiosa rifletteva canti più intimisti, che al clamore di uno sfogo, sostituivano la devozione e il raccoglimento. Potevano anche essere nenie e litaniecon alle spalle secoli e secoli di evoluzione. Il più antico documento che attesta l’uso delle litanie al termine dei rosari risale al XII secolo. Nella Brianza rurale si cantavano brani come “El ven sgenee de la bona ventura” e il “Cristee” (prima di Pasqua). “La pastorella di Casnigo” si cantava a Natale e oggi è nota col titolo di “Piva, piva”. Casnigo è un centro di 3mila abitanti situato nella bergamasca, con cui la Brianza ha sempre avuto rapporti più o meno intensi. In chiesa si cantava in latino, nelle case e nei campi in dialetto lombardo. I canti religiosi potevano trasformarsi nel tempo, divenendo brani popolari a tutti gli effetti. E in qualche caso potevano perfino servire a ironizzare sul clero e i preti. Come nel caso del brano “Il frate cappuccino” (la cui versione più nota è stata diffusa dai Gufi). La bosinata era un brano stampato su fogli volanti che trattava argomenti di ogni genere, a volte storie divertenti, a volte volgari. Simili i canti delle osterie, dove ci si lasciava andare a testi ambigui e fraintendimenti volutamente provocatori. Il distacco dal passato avviene a cavallo delle due guerre mondiali. A Milano operano figure come D’Anzi e Bracchi, gli autori della famosissima “Oh mia bela madunina”. Nasce l’industria discografica, se ne vanno gli ultimi cantastorie, e oggi la musica della Brianza non ha quasi più nulla di autoctono e dotato di un reale valore antropologico. È commercio e industria. Tuttavia è proprio in questa zona d’Italia che sono finiti ad abitare alcuni fra i principali epigoni della musica moderna. A Galbiate abita Adriano Celentano. A Inverigo hanno abitato Eros Ramazzotti e Michelle Hunziker, dal 1995 al 2002; qui che è nata la loro figlia, Aurora. Davide Van De Sfroos è nato a Monza; Dori Ghezzi a Lentate sul Seveso; Roberto Vecchioni a Carate Brianza. Gianluca Grignani ha vissuto a Correzzana; Johnny Dorelli a Meda; Fausto Leali e Iva Zanicchi a Lesmo; Morgan a Muggiò. E si potrebbe andare avanti, consci del fatto che la Brianza – nonostante la fama di laboriosità – non smetterà mai di sfornare autori di canzoni e interpreti.

Ancora sulla breccia e legato al territorio è Francesco Magni, nato a Capriano di Briosco nel 1949. Nel 1980 è a Sanremo con la canzone “Voglio l’erba voglio”, e vince il premio della Critica. Frequenta Nanni Svampa, Moni Ovadia, Alberto Fortis. E si dedica alla musica indiana. L’ultima sua opera significativa è “Scigula” con cui tributa la sua terra di origine, la Brianza, appunto. Contemplano il territorio anche i Mercanti di Liquore, band brianzola in attività dal 1995, ma oggi sciolta. Si ispirano alle ballate di Fabrizio de Andrè (a cui Cavenago ha dedicato una via), ma alla fine il loro brano più conosciuto è un vero e proprio omaggio al paradigma insubre. “Lombardia” raccoglie consensi ovunque, e arriva con l’album “La musica dei poveri”. Nel 2000 i Mercanti di Liquore sono al teatro San Felice di Genova per ricordare Fabrizio de André, insieme a figure storiche del panorama musicale nazionale, fra cui Vasco Rossi, Franco Battiato e Jovanotti. All’inizio degli anni Novanta si apre la parentesi dei Bluvertigo. Il leader Marco Castoldi (Morgan), da sempre attivo nella galassia brianzola (studia a Monza e a Lissone), è affiancato da Andrea Fumagalli (Andy), musicista, cantante e pittore (Monza, 1971). Debuttano ufficialmente nel 1994, con il primo singolo “Iodio”. Al festival di Sanremo non passano le selezioni finali, ma nel 1995, l’album successivo “Acidi e basi”, li rende definitivamente una delle band esordienti più interessanti del panorama italico. Dall’entourage dei Bluvertigo nascono i Soerba, che finiscono a Sanremo famosi con il loro brano più noto, “I’m happy”. Oggi Luca Urbani (ex leader dei Soerba) e Andy Fumagalli (ex membro dei Bluevertigo), lavorano a Monza, nello stesso stabile che ospita lo studio di registrazione Frequenze e un atelier. Nella Brianza orientale si fanno, infine, sentire i Dilaila e Alessandro Comattini, in arte Kama. I primi si formano a Milano nel 1998, ma i suoi principali attori – Paola Colombo (voce), Claudio Cicolin (chitarra) e Luca Bossi (pianoforte) – sono originari di Legnano e Giussano. La band si aggiudica l’ultima edizione del trofeo Roxy Bar, condotto da Red Ronnie. Si affidano all’etichetta Pippola Music, Brunori Sas l’artista più rappresentativo. Kama nasce a Desio nel 1976. Per otto anni suona nei Scigad, per poi pubblicare il disco solista “Ho detto a tua mamma che fumi” (2006). Apre i concerti di Max Gazzè e Bugo, prima di dare alle stampe il suo ultimo lavoro del 2016, “Un Signore anch’io”.