Brianzoli illustri

Articolo uscito sul numero di Ottobre 2017

La Brianza, giardino d’Italia, un concetto di natura geografica, che però sposa anche quello letterario. E non è un caso che proprio in questo angolo del Belpaese abbiamo avuto epigoni dell’intellighenzia letteraria riconosciuti ancora oggi. C’è l’Illuminismo, la fede nella scienza, ma anche l’incrollabile desiderio di vivere la religiosità cristiana, così sintomatica in Brianza da quando l’epopea pagana ha ceduto il passo ai fermenti evangelici. E in questo mix di intenti non possono certo mancare contenuti filosofici, dal Settecento del Parini al Novecento del Banfi.

Cesare Cantù nacque a Brivio il 5 dicembre del 1804. Lottò per tutta la vita contro il dominio austriaco; atteggiamento che gli costò l’arresto e il carcere fra il 1833 e il 1834. E’ autore di un importante romanzo storico: “Margherita Pusterla”, uscito nel 1838 e tradotto in più lingue. Fu un grande appassionato di storia; e lo dimostrano opere come “La Lombardia nel secolo XVII” e “L’abate Parini e la Lombardia nel secolo passato”. Si spense a Milano all’età di novantuno anni, sollevando cordoglio da ogni angolo della penisola.
Cantù stimava Giuseppe Parini, gigante della cultura brianzola del Settecento. Nato a Bosisio il 23 maggio 1729, pubblicò la prima raccolta di poesie, “Alcune poesie di Ripano Eupilino “ (dall’anagramma di Parino), ispirandosi a Francesco Berni, scrittore e drammaturgo italiano di origine toscana. Divenne sacerdote e si avvicinò alla letteratura francese – rappresentata da figure come Voltaire, Montesquieu, Rousseau – durante il servizio alle dipendenze della famiglia Serbelloni (in qualità di precettore di Gian Galeazzo, figlio del duca Gabrio Serbelloni). Il suo pensiero abbraccia molte correnti filosofiche, ma ritiene irrinunciabili “precetti” come l’uguaglianza fra gli uomini, il solidarismo sociale, l’importanza delle scoperte scientifiche; ma dell’illuminismo rifiuta il materialismo e, in generale, tutto ciò che va contro il cristianesimo.

L’impostazione letteraria fortemente religiosa è viva anche in Giovanni Testori; che nasce a Novate Milanese il 12 maggio 1923 da una famiglia profondamente cattolica. Il cristianesimo letterario lo vive parafrasando le opere di Manzoni e di Caravaggio, due autori che stima per la loro attenzione alla “Provvidenza”. Collabora con alcune riviste politiche e compone articoli di arte contemporanea. Parte con “Il Dio di Roserio”, “Il ponte della Ghisolfa”, “L’Arialda”, con un’attenzione maniacale per i substrati sociali più disastrati. Spesso utilizza il dialetto lombardo. Si avvicina a Comunione e Liberazione. Muore a Milano nel 1993.
Gli è contemporaneo Eugenio Corti, nato a Besana Brianza il 21 gennaio 1921 e scomparso nello stesso paese il 4 febbraio 2014. Anche in lui sopravvive uno spiccato senso religioso. La nonna paterna dello scrittore, peraltro, Giuseppina Ratti, è la prima cugina di Papa Pio Xi, eletto capo della chiesa nel 1922. Va a scuola a Besana e frequenta il Collegio San Carlo a Milano durante le superiori. Nel ‘44 è in università, dove studia giurisprudenza, poco prima di prestare il suo servizio fra le file dell’esercito in Russia. La sua grande opera è “Il cavallo rosso”, composto a partire dal 1972. Viene pubblicato da Ares, casa editrice di stampo cattolico. Nel 2010 è candidato al Premio Nobel per la letteratura.
Nasce a Bellano il 23 gennaio 1790, ma il suo lavoro si fa sentire anche in Brianza. Tommaso Grossi diverrà molto amico di Manzoni (e del Porta) e la sua opera è ancora oggi riconosciuta fra le più importanti dell’Ottocento lombardo. Si laurea in giurisprudenza a Pavia, ma si dedica fin da giovanissimo alla letteratura. La “Prineide” è forse il suo scritto più significativo. E’ un poemetto satirico in dialetto milanese, in sestine di endecasillabi. Si riferisce alla tragica parabola esistenziale di Giuseppe Prina, che venne massacrato dai milanesi il 20 aprile 1814, accusato di essere il responsabile del malgoverno asburgico (e delle tasse troppo salate).

Nasce a Bellano il 23 gennaio 1790, ma il suo lavoro si fa sentire anche in Brianza. Tommaso Grossi diverrà molto amico di Manzoni (e del Porta) e la sua opera è ancora oggi riconosciuta fra le più importanti dell’Ottocento lombardo. Si laurea in giurisprudenza a Pavia, ma si dedica fin da giovanissimo alla letteratura. La “Prineide” è forse il suo scritto più significativo. E’ un poemetto satirico in dialetto milanese, in sestine di endecasillabi. Si riferisce alla tragica parabola esistenziale di Giuseppe Prina, che venne massacrato dai milanesi il 20 aprile 1814, accusato di essere il responsabile del malgoverno asburgico (e delle tasse troppo salate). Carlo Porta deve invece la sua fama a “I desgrazzi de Giovannin Bongee” e “La ninette del Verzee”. Quest’ultimo componimento viene definito il suo capolavoro e racconta la storia di un’ex venditrice di pesce del mercato milanese, che finisce per prostituirsi. E’ accusato dagli austriaci di avere dato alle stampe la “Prineide” che invece porta la firma dell’amico Grossi. Muore nel pieno della fama per un violento attacco di gotta; circostanza che porterà il Grossi a dedicargli la poesia “In morte di Carlo Porta”.

Infine Antonio Banfi, che si espresse soprattutto in ambito filosofico. Nasce a Vimercate il 30 settembre 1886, da una famiglia colta e attenta a principi cattolici e liberali del Paese. Si laurea in lettere con una monografia su Francesco da Barberino (notaio e poeta italiano vissuto a cavallo fra il Duecento e il Trecento) e inizia l’attività di insegnamento presso l’Istituto Cavalli-Conti di Milano. Il suo pensiero vira a sinistra con il Manifesto degli intellettuali antifascisti e nel 1948 viene eletto per le liste del Partito Comunista. Tra le sue opere di possono ricordare “Vita di Galileo Galilei”, “La filosofia del Settecento”, e “La filosofia critica di Kant”.